Le storie

Di Alberto Armanini

Inversini, orgoglio a tinte neroverdi

IL PREMIO 13 mag 2021
Una vita calcistica spesa per il Darfo Boario: Gianluca Inversini, «the wall», è stato protagonista in neroverde prima come calciatore e poi da allenatore Una vita calcistica spesa per il Darfo Boario: Gianluca Inversini, «the wall», è stato protagonista in neroverde prima come calciatore e poi da allenatore

Se il credo calcistico fosse musica, quello di Luca Inversini suonerebbe come «The Wall». Non solo perché i Pink Floyd sono stati, sono e saranno sempre la sua band preferita. Con la solidità difensiva, la concretezza (in inglese la parola «concrete» significa per l'appunto calcestruzzo), e con l'equilibrio Inversini ci ha costruito, mattone dopo mattone, tutti i suoi successi. Tanti, bellissimi, diversi uno dall'altro. Prima in campo e poi fuori. Guai però a definirlo un rinunciatario. Difensore sì, difensivista mai. Le squadre che ha allenato sono state le più solide, è un fatto, ma divertivano come poche altre. E quelle in cui ha giocato avevano la stessa dose di talento e di muscoli. Mix letale. «Ho avuto la fortuna di vivere una delle migliori parentesi calcistiche nella storia del Darfo - ricorda Gianluca Inversini -. Ho avuto compagni di squadra straordinari, molti dei quali meritevoli di vincere questo Pallone alla carriera. Nomi? Se devo sbilanciarmi dico Mauro Saleri. Non ho più trovato sul campo un giocatore con quel carisma e quella capacità tecnica. Era davvero uno che rassicurava i compagni, pretendeva la palla e ci pensava lui. Metteva al sicuro la partita. È stato unico. Tra gli avversari avevo un'ammirazione per Ciano Adami, Ermanno Franzoni, Aldo Maccarinelli. Nei camuni, invece, mi piacerebbe che fosse premiato uno come Caio Lunini. È indiscutibilmente il giocatore della valle che ha fatto più strada in carriera». Anche Inversini di strada ne ha fatta tanta. Letteralmente. È stato un giocatore di sostanza, più che di inventiva. Uno di quelli che sono costretti a fare andare le gambe più degli altri e per questo finiscono soprattutto per usare la testa. «Dicevano non avessi un gran piede ma che fossi dotato di grande temperamento - racconta Inversini -. Vero, anche se io ritengo di aver avuto qualche buona dote tecnica». Più di tutto, forse, aveva il coraggio di prendersi responsabilità, la stoffa di chi vuole essere leader. «Una dote che mi è stata riconosciuta pubblicamente alla fine della stagione 1987/88 quando mi hanno dato il premio San Rocchino, un antenato dell'Oscar dello sport bresciano. Con i premi da tecnico è stata una delle soddisfazioni più belle». Era l'anno del passaggio del Darfo dalla Promozione all'Interregionale: 50 punti conquistati in 30 gare. Una cavalcata trionfale conclusa con la partita decisiva giocata a Soncino. E messa al sicuro dal gol promozione realizzato da Mauro Saleri. «Eppure il ricordo più bello che ho nel calcio giocato è legato a un'altra stagione - avverte il tecnico neroverde -. Il campionato 1982/83, concluso al primo posto insieme all'Omas Pontevico, che poi ci ha battuto agli spareggi. In 30 partite abbiamo preso soltanto 7 gol, 2 dei quali nell'ultima di campionato contro il Travagliato e in vantaggio di 4 reti. Sapete cosa significa prendere solo 7 gol in un intero campionato? E all'epoca non c'erano avversari tanto innocui. Sui campi trovavi attaccanti implacabili e centrocampisti dai piedi fatati, gente come Keegan Marinoni o Mario Donelli, giusto per fare qualche nome. Quell'anno è stato davvero incredibile, un concretezza mai più vista e non abbastanza sottolineata». Elementi che lui ha preso dal campo di Darfo per trasferirli alle squadre che ha allenato e con cui ha vinto. Ma non è finita qui. «Sogno un giorno di riportare il Darfo dove merita di stare».. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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